martedì 11 ottobre 2011

Capitolo 23

La A di Amore è una lettera con fianco di ascesa rapido e con supremo culmine. Al picco dell'unico vertice segue precipitosa la discesa e si ritorna a terra. Strada di andata e ritorno sono congiunte al mezzo da una breve scorciatoia che ti risparmia strepiti e dolore ma ti priva della vetta.

Se ti siedi sopra ti pungi il sedere, se solo ti appoggi resti obliquo. Dunque non è un piedistallo né un luogo di ristoro per indecisi, può darsi sia soltanto una toccata e fuga al paradiso.

Durante le celebrazioni dei matrimoni le femmine piangono di tradizione e gli uomini da cliché muovono irrequieti le gambe dentro i calzoni. Questo è vero come la litania dei paletti che le donne mettono a recinto degli indomabili maschi.

Che noia. Il cappio al collo, il guinzaglio e gli altri strumenti da apnea che le donne ricevono nei cromosomi dalle loro madri e dalle nonne sono esche per imbecilli che da sempre hanno rincorso una cuccia. L'unica vera esca per draghi la teniamo stretta fra le gambe e a due mandate di chiave dentro il cervello. Si chiama arte femminile, illusione pura che si annusa a un centimetro dalla pelle, allegoria fra una madonna e una puttana, fra una station wagon famigliare e una due posti rossa.
Gli uomini in genere si configurano in una quattro porte sportiva e temono l'effetto bagagliaio ampio, convinti, per fortuna nostra o per nostro calvario, che questa sia la metamorfosi richiesta nell'officina della vita di coppia. Questo in parte è bellissimo e in parte molto triste, soprattutto se il maschio quattroporte rimane convinto che l'unico cambiamento necessario sia la carrozzeria e che il bagagliaio appaghi tutti gli istinti di una femmina in espansione. Per mia esperienza diretta quando il mio ex marito mi ha configurata in una tranquilla famigliare blu io ho incominciato a sognare tir con rimorchio.

Parlare d'amore è aria fritta e dietro a sé lascia il nulla, il deserto delle convinzioni di ognuno, la superficialità di quanto siamo disposti a raccontare senza dover scomparire per fragilità. Il compromesso è raggiunto in qualcosa di finto e in un sorriso tirato che ci allarga la bocca, quasi a dire che siamo grandi abbastanza per queste sciocchezze che sono vecchie quanto vecchio è il mondo. .

La desolazione di come l'amore si anfratti nelle nostre vite e ne esca completamente diverso mi sgomenta, peccato che ci si ostini a volerlo chiamare amore anche quando da tempo è una paccottiglia di rituali in cui anche l'amicizia starebbe stretta.

Stiamo nel nostro teatrino e giochiamo a rappresentarci: c'è sempre una risposta decente o accettabile che ci salva la faccia anche quando ci rodiamo dentro e che irrimediabilmente scegliamo perché così è costume e vigliaccheria. I tuoi colleghi accetteranno cinque giorni di tua assenza per febbre, ma se manchi dal lavoro perché tua moglie ti ha piantato oggi per un altro sei un cretino che non reagisce. Per cui se la tua vita e a pezzi meglio raccontare che hai la febbre e grattarti la rogna.

Parlano d'amore vero solo i disperati, quelli che scoppiano di felicità o di angoscia e che possono dire di esserci sull'estrema cima della A di Amore. La differenza fra chi c'è e chi c'è stato è veleno forte, sparato nelle vene e calici di fiele trangugiato a forza per appiattire la memoria e imparare ad accontentarsi. Chi dice che la vetta non esiste è un poveretto che ha scelto la sua zolla e si ingrassa del suo concime.

Mentre scali il fianco lo sai che la pendenza tira e che il fiato manca e sai che c'è una cima invalicabile da cui dovrai scendere dopo averla raggiunta. Ma senti la distanza da terra e questo ripaga da tutto, anche dal dolore che porti dentro quando ti tocca scendere e ritrovare il piedistallo. Così sarà sempre: toccheremo la vetta per desiderare la base ampia e solida e di nuovo volere la cima e ancora il piedistallo.

La scorciatoia è menzogna ed è affollatissima di esseri umani.

Volere una vita sovrannaturale, volere che l'Amore faccia la differenza, è da autentici svagati, da sonnambuli diurni, da gente che sa di avere una paura fottuta del vuoto e che di proposito lo ignora per non doversene preoccupare.

Diventare grandi con sembianze da adulti e custodire farfalle nella testa non è casuale, non è che ci nasci, piuttosto ci rinunci. La svagatezza vuole un prezzo salato e un lavoro di precisione che dura anni, che inizi tutte le mattine quando ti svegli e porti con te la sera sotto le lenzuola. Puoi solo sperare di riuscire a custodirla e di difenderla oltre te stesso. Un vero atto di forza.

Giuri che resisterai, giuri che la tua volontà è forte come le montagne.

Giuri e resisti.

[Stefania Piloni, prima di questo letto]

domenica c'era questa nuvolette nera, sola soletta in mezzo a tutte le altre... e mi ha fatto tenerezza.

lunedì 10 ottobre 2011

Il mio lunedì mattina.
Ho dormito malissimo, troppi pensieri.
Mi sono svegliata con lo stomaco chiuso, maledetti esami, maledetta università, maledetta tesi, maledetti professori e maledetto tutto. Non è giornata e non riesco a concentrami.
Ieri mattina ho ricevuto una chiamata, ovvero, ho trovato una chiamata persa... un numero di telefono ... mi auguro con tutto il cuore che sia sempre la Vodafone (mi chiamano un giorno sì e un giorno no per promozioni ecc.... maledetti pure loro) e non un'ipotetica persona. Manderebbe in tilt quel poco di razionalità che mi è rimasta in queste orride settimane.
Ho i piedi completamente gelati. Due giorni fa nel salento c'era un bel sole e temperature molto gradevoli, tra ieri e oggi sono scese di più di dieci gradi ... non ci sono più le mezzi stagioni, ancora non mi sono abituata e mi sento in Siberia.
Oggi è anche lunedì e ricomincia la settimana in palestra. I miei bei esercizi e poi la lezione di spinning ...
ma avete mai notato gli uomini in palestra? sempre a guardarsi allo specchio, i muscoli qui, i muscoli lì... ridicoli.
Ovviamente oggi tenuta super sexy ... tiger-leggings-e maglietta sponsorizzata da una birra!!!!!!

Ps: non è bello scrivere il lunedì mattina.